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Taiji Quan, ma come si dice veramente?

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Pagina pubblicata in data 31 gennaio 2023
Aggiornata in data 1 febbraio 2023

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Questo che scrivo è il primo articolo di una rubrica a cui tengo davvero molto. Ogni numero della rivista Spiralis Mirabilis contiene al suo interno diverse rubriche, fra le quali una dedicata alla "calligrafia ed alla pronuncia" della lingua cinese. Una rubrica che non solo illustrerà come si scrivono le parole in cinese semplificato ed in cinese tradizionale, ma anche offrirà la possibilità di ascoltare la pronuncia esatta di quest’ultime in cinese mandarino.

Rubriche che trovi rappresentate dai cinque elementi cinesi in questo sito (clicca qui per visualizzarli).

Nelle rubrica "calligrafia" e "pronuncia" puoi trovare gli articoli pubblicati nella rivista, e molte altre risorse, fra cui i file audio e video per la pronuncia corretta delle parole cinesi che caratterizzano la disciplina del 太极拳 tàijí quán.

Il primo articolo di questa rubrica, ovviamente, è dedicato proprio alla parola 太极拳 tàijí quán.

La domanda da cui partire è semplice per certi aspetti, ma allo stesso tempo complessa. Come si traslitterano e si pronunciano in modo corretto i caratteri cinesi?

Il primo passo per capire come si traslitterano i caratteri cinesi in alfabeto latino, in modo da poterli pronunciare in modo corretto, è ricorrere ad un sistema riconosciuto come uno standard in tutto il mondo, per evitare fraintendimenti linguistici.

Un sistema internazionale per fortuna esiste, ed è conosciuto con il nome di 拼音 pīnyīn. Per precisione e accuratezza, con la parola 拼音 pīnyīn in questo articolo farò riferimento al sistema per la traslitterazione del cinese mandarino. Esiste, infatti, l’equivalente sistema per il cinese cantonese. Essendo il cinese mandarino la lingua ufficiale della Repubblica Popolare Cinese (quella che noi occidentali chiamiamo in modo non completamente corretto Cina), in questo articolo ed in tutti gli altri sarà sempre utilizzato il 拼音 pīnyīn per il cinese mandarino.

Il 拼音 pīnyīn è un sistema di romanizzazione dei caratteri cinesi, ovvero una trascrizione in caratteri latini dei suoni della lingua cinese. Una trascrizione che include anche una notazione fonetica per l’esatta pronuncia dei caratteri.

Uno dei più grandi "fraintendimenti" nell’ambiente delle scuole di arti marziali che propongono corsi di 太极拳 tàijí quán, riguarda proprio il come si scrive, e il come si pronuncia, il nome di quest’arte marziale.

Il "malinteso" nasce dalla confusione che molte persone fanno tra il sistema Wade-Giles ed il sistema 拼音 pīnyīn.

Per capire il perché di questo fraintendimento dobbiamo prima di tutto capire come "funziona" la scrittura in Cina.

Come è facile intuire la scrittura in Cina non si basa su un alfabeto. I "segni" che compongono la scrittura cinese non sono né lettere, né ideogrammi, né simboli. I "segni" che compongono la scrittura cinese sono considerati a tutti gli effetti dei caratteri (chiamati in lingua cinese 汉字 hànzì), i quali però non compongono un alfabeto, come avviene per esempio per i caratteri latini o quelli cirillici.

I caratteri cinesi non sono neanche degli "ideogrammi". La parola ideogramma significa "segno che rappresenta un’idea", e solo una piccola porzione dei caratteri cinesi ha la caratteristica di rappresentare un’idea.

I caratteri cinesi non sono delle lettere, infatti, ad ogni carattere cinese corrisponde, nelle lingue occidentali, una parola. In oltre la combinazione di due o tre caratteri può dare vita ad altre parole, dando vita così ad un sistema linguistico estremamente articolato.

Nello studio della lingua cinese il primo grande problema è quindi riuscire a memorizzare il concetto che ogni singolo carattere esprime, ed il significato che esprimono i caratteri quando si combinano fra di loro.

Questo problema non è di poco conto, infatti la scrittura cinese è composta da un enorme numero di caratteri.

Il dizionario della lingua cinese chiamato 中华字海 zhōnghuá zì hǎi, pubblicato nel 1994, è oggi considerato quello più completo e preciso, e presenta una "lista" di ben 85568 caratteri.

Nel 2004 il Ministero dell’Educazione cinese ha redatto il più grande database di caratteri cinesi oggi esistente, noto con il nome di 异体字字典 yìtǐzì zìdiǎn. Con la creazione di questo database, il Ministero, si è posto l’obiettivo di catalogare tutti i caratteri cinesi antichi e moderni, con tutte le loro possibili varianti, arrivando a compilare una lista complessiva di ben 106230 caratteri.

Come avviene per ogni lingua, è sufficiente conoscere una minima quantità di parole per poter leggere un testo e poter parlare con una persona madrelingua. Nel caso della lingua cinese questa quantità minima è stimata in 2000 caratteri.

C’è inoltre da sottolineare il fatto che la lingua cinese ricorre ad un numero limitato di "suoni", circa 400, con i quali si pronunciano i singoli caratteri. È facilmente intuibile che 400 suoni non sono sufficienti a pronunciare migliaia e migliaia di caratteri. Per questo motivo la limitatezza dei "suoni" è alla base del fenomeno conosciuto come "suoni omofoni". Cioè lo stesso identico suono può esprimere concetti differenti.

La limitatezza dei suoni a disposizione della lingua cinese per la pronuncia dei caratteri ha portato a adottare differenti toni con i quali pronunciare i suoni. Il cinese mandarino (la lingua ufficiale della Rupubblica Popolare di Cina) si è dotato di 4 toni più un tono neutro, mentre il cinese cantonese si è dotato di ben 9 toni. Questo significa che lo stesso suono, pronunciato con un tono differente, può assumere significati profondamente diversi.

Prendiamo ad esempio il suono "ma". Questo suono, in base al tono con cui è pronunciato può significare mamma ( ), canapa ( ), cavallo ( ) o il verbo insultare ( ).

Il suono "mǎ" però non corrisponde solo al carattere (cavallo), ma anche al carattere (peso), al carattere (agata, corniola) o al carattere (mammuth).

Per ovviare a questo problema dei "suoni omofoni" i cinesi hanno scelto di abbinare due caratteri dal significato simile per dare vita così a parole che non possano dare adito ad equivoci. Ad esempio, se il carattere kàn significa "guardare", per distinguerlo dal carattere kàn (scogliera), lo si abbina al carattere jiàn "vedere", formando la parola 看见 kànjiàn "vedere". In questo modo posso essere abbastanza sicuro da non incorrere in equivoci fonetici.

Ecco perché, quando si parla la lingua cinese, è fondamentale il contesto della frase in cui si trova il carattere. Più è chiaro il contesto della frase e meno sarà difficile cadere in un “inganno fonetico”. è anche per questo che generalmente, nella lingua parlata, una persona madrelingua cinese utilizza un linguaggio molto “semplice”. Questo perché un discorso complesso potrebbe richiedere lunghe spiegazioni per farsi comprendere in modo corretto dal proprio interlocutore. Questo fenomeno ha così portato il popolo cinese ad affidarsi alla scrittura per esprimere concetti complessi ed allo stesso tempo lo ha stimolato all’introspezione.

Generalizzando (tenendo ben presente che generalizzare un popolo composto da 1 miliardo e 700 milioni di persone non è affatto operazione facile), salvo casi particolari, si può affermare che una persona madrelingua cinese quando parla non ricorre ad un linguaggio “forbito” e preferisce delegare alla propria sfera “intima” riflessioni articolate e profonde.

È anche per questo che oggi in Cina il fenomeno dei "suoni omofoni" fa sì che video musicali, film, trasmissioni televisive, presentano spesso i sottotitoli. Questo per garantire una migliore comprensione delle parole pronunciate.

C’è anche da tenere presente, che, come in Italia, anche la Cina è caratterizzata da una grande varietà di dialetti, che sono di fatto delle vere e proprie lingue. Per fare un parallelismo con l’Italia, è sufficiente pensare al dialetto della Sardegna. Se una persona parla esclusivamente il sardo stretto una persona di un’altra regione italiana non è in grado di capirlo e di comunicare con quest’ultima.

Lo stesso avviene in Cina, cinese mandarino e cinese cantonese sono due lingue differenti. Una persona che parla solo cantonese non è in grado di parlare con una persona che parla mandarino, e viceversa ovviamente.

Per tutto questo, quando sono apparsi i primi cellulari nella terra del dragone, i cinesi sono letteralmente impazziti per gli sms. La scrittura, infatti, è l’unico modo per evitare gli equivoci dettati dai suoni omofoni. Ecco che allora possiamo comprendere la forte predilezione di questo popolo per gli smartphone e perché i cinesi parlano letteralmente con amici e parenti a suon di messaggi.

Perché questa lunga introduzione sui suoni omofoni? Senza capire questo aspetto peculiare della lingua cinese, non è possibile capire l’importanza di utilizzare un sistema di traslitterazione dei caratteri cinesi in alfabeto latino che tenga conto dei differenti toni con cui si pronuncia il medesimo suono (come abbiamo visto nell’esempio per il suono "ma").

Il Wade-Giles

Thomas Francis Wade (1818 – 1895) nel 1867 dette alla luce uno dei primi libri di testo in lingua inglese per lo studio della lingua cinese. Testo che ebbe un notevole successo, tanto da divenire la base del lavoro svolto dallo studioso Herbert Giles (1845 – 1935), il quale nel 1892 pubblicò un sistema di traslitterazione dei "suoni" dei caratteri cinesi in alfabeto latino.

Nacque così il sistema che oggi è conosciuto con il nome Wade-Giles, il primo sistema di traslitterazione fonetica della lingua cinese.

Questo sistema però presentava due grandi limiti. Il primo, quello più importante, è che questo sistema fu pensato per un pubblico esclusivamente "anglofono". Fu concepito da un inglese per inglesi.

Il secondo limite è legato al fatto che il lavoro svolto da Herbert Giles era stato pensato per una cerchia ristretta di addetti ai lavori, per un pubblico "specializzato". Quindi non facilmente utilizzabile dal largo pubblico, e quindi non molto adatto all’insegnamento della pronuncia della lingua cinese.

Nonostante questi limiti, il sistema Wade Giles è stato il sistema di traslitterazione più importante della lingua cinese nel mondo anglofono per gran parte del XX secolo.

Dopo la presa del potere da parte delle forze comuniste in Cina, nel 1949, si dette l’avvio ai lavori per una riforma della scrittura. Questa riforma è all’origine dell’odierno sistema di scrittura semplificato del cinese mandarino. Si scelse di utilizzare l’alfabeto latino anziché quello cirillico per sviluppare un sistema di traslitterazione. Che venne adottato dalla Commissione sulla Riforma della Lingua nel 1956 in una prima versione, per poi venire rivisto e adottato ufficialmente come alfabeto fonetico per il cinese l’11 febbraio del 1958 nel corso della quinta sessione plenaria del primo Congresso nazionale del popolo.

Nacque così il sistema chiamato 拼音 pīnyīn, il cui significato è: "trascrivere-suoni".

Una delle figure prominenti nello sviluppo del sistema 拼音 pīnyīn fu il linguista ed economista 周有光 zhōu yǒuguāng (1906 - 2017), che è spesso definito "il padre del 拼音 pīnyīn".

Le esigenze politiche che determinarono la necessità di creare un alfabeto fonetico per il cinese sono ben espresse da un discorso di 周恩来 zhōu'ēnlái (ex Primo ministro del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese). Il 10 gennaio del 1958 affermò che lo scopo primario del 拼音 pīnyīn era di facilitare la diffusione della lingua (ufficiale) in tutta la Cina.

Il termine 拼音 pīnyīn è la contrazione della frase 汉语拼音 hànyǔ pīnyīn che significa "trascrizione di lingua cinese".

Usando sillabe composte da lettere latine, dotate di alcuni segni diacritici per rappresentare i quattro toni (声调 shēngdiào) del cinese mandarino (普通话 pǔtōng huà, letteralmente "parlata comune"), questo sistema facilità notevolmente lo studio della lingua ufficiale della Repubblica Popolare Cinese (中华人民共和国 zhōnghuá rénmín gònghéguó) e della Repubblica di Cina (quella che noi occidentali chiamiamo Taiwan 台湾岛 táiwān dǎo).

Il 拼音 pīnyīn è stato riconosciuto come standard internazionale (ISO) ed è il sistema di trascrizione ufficiale adottato dalla Repubblica Popolare Cinese, da Singapore e dalla Repubblica di Cina (Taiwan).

All’origine del malinteso

Il 太极拳 tàijí quán si è diffuso inizialmente nelle Nazioni di lingua anglosassone, nello specifico negli Stati Uniti d’America. Sembra, infatti, che fu proprio uno degli studenti di 杨澄甫 yáng chéngfǔ, il maestro a cui va il merito di avere codificato lo stile yáng e nipote del celebre 扬露禅 yáng lùchán, ad essere stato il primo (almeno di cui si ha notizia) ad aver insegnato nel 1939 il 太极拳 tàijí quán al di fuori della Cina, e precisamente negli Stati Uniti d’America.

All’epoca il sistema di traslitterazione in vigore era ancora il Wade-Giles, ed è per questo motivo che la prima traslitterazione fonetica dei caratteri 太极拳 fu la seguente:

t’ai chi ch’üan

È importante notare la presenza degli apostrofi, e della dieresi sulla lettera "u" della parola ch’üan. Apostrofi e dieresi erano la soluzione individuata da Herbert Giles per indicare la corretta pronuncia dei caratteri cinesi.

Nel corso del tempo, per una questione di facilità di scrittura, questi segni per la pronuncia sono "spariti". Trasformando la parola nel seguente modo:

tai chi chuan

Ed eccoci quindi giunti finalmente a svelare il "mistero", il "malinteso", sulla pronuncia dei caratteri cinesi 太极拳 nel nostro Paese.

La parola "tai chi chuan" in Italia è giunta attraverso il mondo anglosassone, con la relativa pronuncia (anglosassone). La nota incapacità di noi italiani a pronunciare in modo corretto la lingua inglese ha fatto il resto, portando oggi la gran parte delle persone a pronunciare i caratteri cinesi 太极拳 nel seguente modo scorretto:

"tai ci ciuan"

o più semplicemente:

"tai ci"

Seguendo invece le indicazioni del sistema standard internazionale 拼音 pīnyīn i caratteri 太极拳 si leggono nel seguente modo:

tài, , quán

Per una pronuncia esatta utilizza il video che trovi al termine dell'articolo.

Il nome 太极拳 tàijí quán è composto da due parole. La parola 太极 tàijí e la parola quán. La parola 太极 tàijí è traducibile con il concetto di "assoluto", di "supremo ultimo principio", la fonte di tutte le cose, secondo alcune interpretazioni della mitologia cinese (in particolar modo della filosofia e della religione taoista).

La parola quán invece significa pugno e, di conseguenza, il nome 太极拳 tàijí quán è traducibile come "pugilato del supremo ultimo principio".

Come ho illustrato nell’articolo, in lingua cinese, il contesto in cui è pronunciata una parola è fondamentale per comprendere il significato della parola stessa. Se mi trovo in palestra con gli amici ad allenarmi posso utilizzare la parola 太极 tàijí per indicare l’arte marziale del 太极拳 tàijí quán.

Se invece mi dovessi trovare a parlare al di fuori di un ambiente marziale, con una persona non addetta ai lavori, utilizzare la sola parola 太极 tàijí potrebbe non essere sufficiente. Infatti, la parola 太极 tàijí, fa riferimento ad un importante concetto della religione e della filosofia taoista.

In conclusione, chiamare il 太极拳 tàijí quán, con la parola "tai chi" (tai ci) è sbagliato?

Se voglio pronunciarlo come lo pronuncerebbe un cinese, la risposta è sì. Se invece lo voglio pronunciare in inglese "maccheronico" la risposta è no. Del resto in Italia è abbastanza "comune" usare parole inglesi pronunciate non proprio perfettamente, come ad esempio tutte quelle che prevedono la "h" aspirata. Basta pensare ad un famoso spot televisivo che pubblicizzava dei corsi in lingua inglese che vedeva protagonista il giornalista Aldo Biscardi, e che divenne famoso proprio perché il giornalista pronunciava la parola grazie in uno spassoso inglese maccheronico.

Ora sbagliare è consentito a tutti, soprattutto ad una persona non addetta ai lavori, ma è accettabile da un praticante di 太极拳 tàijí quán?
A questo punto non hai più scuse...

Pratica la tua conoscenza.
實履真知
shíjiàn zhēnzhī

Francesco Russo

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BREVE PROFILO DELL'AUTORE
Francesco Russo, consulente di marketing, è specializzato in consulenze in materia di "economia della distrazione".

Nato e cresciuto a Venezia oggi vive in Riviera del Brenta. Ha praticato per molti anni kick boxing raggiungendo il grado di "cintura blu". Dopo delle brevi esperienze nel mondo del karate e del gong fu, ha iniziato a praticare Taiji Quan (太極拳tàijí quán).

Dopo alcuni anni di studio dello stile Yang (楊式yáng shì), presso il Centro Ricerche Tai Chi di Venezia, ha scelto di studiare lo stile Chen (陳式chén shì), proposto dal Maestro Francesco Tollin, fondatore e capo scuola della scuola di arti marziali tradizionali Quan Cong.

Oggi studia, pratica ed insegna il Taiji Quan stile Chen (陳式太極拳Chén shì tàijí quán) ed il Qi Gong (氣功Qì gōng) nella propria scuola di arti marziali tradizionali cinesi Drago Azzurro.

Per comprendere meglio l'arte marziale del Taiji Quan (太極拳tàijí quán) si è dedicato allo studio della lingua cinese (mandarino tradizionale) e dell'arte della calligrafia.

Nel 2021 decide di dare vita ad una rivista dedicata al Taiji Quan (太極拳tàijí quán), ed al Qi Gong (氣功Qì gōng) ed alle arti marziali cinesi in generale, che fosse totalmente indipendente da qualsiasi scuola di arti marziali, con lo scopo di dare vita ad uno strumento di divulgazione della cultura delle arti marziali cinesi.

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一口氣。一套太極拳。一個世界。
Yī kǒuqì. Yī tào tàijí quán. Yīgè shìjiè.

—— 龍小五

Un solo respiro. Una sola sequenza di Taiji. Un solo mondo.
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